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Inisfree PDF Stampa E-mail

“Ma sei sicura che sia quella?”, mi chiede Jenny con aria perplessa.

Abbozzo un sorriso cercando di nascondere la delusione di fronte all’isola di Inisfree. Isola. Anche scoglio sarebbe un eufemismo per indicare quello che ci si presenta davanti agli occhi. A circa 50 metri dalla riva, privo di qualsiasi attracco, emerge un triste e solitario isolotto di terra ricoperto da sterpaglie: Inisfree. Ecco ora mi alzerò, a Inisfree andrò. Il cartello bianco posto in bella vista nel piccolo parcheggio che precede il sentiero per arrivare al molo ha già spazzato via ogni dubbio. Cerco di abbracciare con lo sguardo il panorama per non perdere neanche il più piccolo particolare, per carpire un po’ della tanto declamata “magia d’Irlanda”. Ma tutto mi sembra arido in questo momento, spoglio e privo di significato come l’isola-non-isola di Inisfree. Anche il guerriero addormentato ci ignora dandoci la schiena: le sue possenti spalle riposano sulla terra d’Irlanda, una terra che non è mia e che, forse, non lo sarà mai. Ho inseguito per anni un sogno verde smeraldo e adesso che ce l’ho finalmente a portata di mano mi sfugge. Sono arrivata a Dublino quasi un anno fa con un biglietto di sola andata; sono sbarcata con la mia valigia strapiena, uno zaino carico di libri e il lettore mp3 con la discografia completa di U2, Cranberries e Chieftains. Non mi sono lasciata travolgere dal caos della capitale né dal suo aspetto così poco irlandese: anni e anni di letture voraci mi hanno reso più dubliner dei dubliners stessi. Ed è per questo che sono venuta qui dall’Italia. Le ricerche d’archivio per la tesi di dottorato erano solo una scusa: io voglio provare ad essere irlandese, non per un weekend, non per una vacanza. Voglio essere irlandese. Voglio…volevo. Perché ormai sto per tornare a casa e non ci sono riuscita. Ho cercato Eirinn, una bellissima donna con i capelli rossi e gli occhi dell’azzurro del cielo; l’ho inseguita tra le verdi colline del Munster, lungo i muretti di pietra del Connemara, per i vicoli bui dei docklands di Dublino ma l’ho persa. E ora mi ritrovo sulla riva di un lago, di fronte all’ennesimo sogno infranto, l’ultima idea da buttare nel cesso. C’è n’è proprio uno di fronte al parcheggio in cui abbiamo lasciato la Ford Fiesta presa a noleggio. Una casetta nel mezzo del nulla, con il tetto grigio, costruita presumibilmente nel 1978, stando al piccolo cartello affisso al centro del muro grigio. Solo altri due cartelli sopra ciascuna delle due finestre rivelano la vera natura di questa casetta che sembra uscita da una fiaba dei fratelli Grimm: Fir e Mná, uomo e donna in gaelico. Da brava aspirante irlandese ho studiato gaelico e conosco il significato di Fir e Mná. E da brava irlandese, appena scesa dall’auto, ho capito che non è una casetta ma un cesso pubblico. Carino, pulito, pittoresco ma pur sempre un cesso.

Nei nove mesi di permanenza a Dublino, i cessi d’Irlanda sono l’unica cosa che non mi abbia mai deluso. Questo lo posso dire senza ombra di dubbio. Per una pisciata dopo l’ennesima pinta di birra o per spettegolare con Carmen e Jenny del figo appostato accanto al bancone del bar, i cessi d’Irlanda sono sempre stati pronti ad accogliermi tra le loro braccia cariche di meraviglie. Ci puoi trovare di tutto in un cesso pubblico in Irlanda, dall’assorbente ai classici preservativi, dal deodorante alle pastiglie per il mal di testa: il cesso d’Irlanda è un fantasmagorico bazar dove ogni donzella può rinfrescarsi e controllare a intervalli regolari se il proprio aspetto è ancora all’altezza della serata. In uno ho persino trovato una piastra per capelli a gettoni, come il flipper o il cavallo che trovi nei bar, solo che questo è un giocattolo per bambine un po’ cresciute. Il cesso irlandese ti accoglie, ti coccola, ti vizia, ti consola. Perché un tale ricettacolo di meraviglie e di bellezza a buon mercato, non può servire solo a pisciare o a darsi una sistemata. E’ per questo che le donne vi si rifugiano per vomitare – e certamente non perché il cibo cinese della cena fosse indigesto – per litigare, o per piangere. Ho visto tantissime donne irrompere nel bagno in lacrime, col mascara in caduta libera lungo le guance. Entrano, si rifugiano nel cubicolo del water e piangono, sfogano il loro piccolo dolore personale nella luce sgranata del neon, tra gli schiamazzi delle altre che stoicamente cercano di rimanere fuori da quel dolore ma consapevoli che prima o poi capiterà anche a loro. Adesso sono di fronte a questo isolotto che, francamente, non ha niente dell’enigmatica sensualità della poesia di Yeats e mi ritornano in mente quei baci rubati al Temple Bar Music Centre, quando anche io ho sfogato in bagno le mie lacrime colpevoli. Patrick. Con quei suoi occhi verdi rigati da sfumature di grigio, come il cielo sopra Dublino quando le nuvole fanno capolino per riappropriarsene prepotenti dopo un fugace momento di sole.  Con quei suoi capelli spettinati, scuri e stopposi come la torba delle montagne di Wicklow, il suo sorriso placido eppure inquieto come le acque dello Shannon quando incontrano l’oceano. Con quelle sue braccia calde e accoglienti come il pub all’angolo tra Mountjoy Square e Mid Gardiner Street dopo una lunga camminata sul lungo Liffey di ritorno dalla biblioteca, quando è inverno e dal mare il vento ti accoltella le costole e l’anima con le sue folate gelide e cariche d’umidità.  Shall I see you again?

Sì,  ci rivedremo. Sto per tornare in Italia ma tornerò, non come turista né come irlandese. Tornerò e basta: perché questa è stata la mia casa per quasi un anno, qui ho iniziato a giocare a rugby, ho baciato uno sconosciuto in un pub, ho riso, ho pianto, mi son sbucciata entrambe le ginocchia, ho mangiato tante caramelle da star male. Qui, nell’isola di smeraldo, ho vissuto ed è questo che la rende speciale. Sulle sponde del Lago di Inisfree, capisco finalmente che Eirinn mi ha tolto un sogno per darmi dei ricordi, ha cancellato i miei rimpianti per lasciarmi un rimorso. A Tara non c’è più un re ma in Co. Sligo, sulle sponde di un lago, c’è un cesso pubblico che nelle foto viene una meraviglia.

Percorro a ritroso il piccolo molo e mi lascio alle spalle Inisfree. Mi metto in posa sorridente sotto un cartello giallo che mette in guardia gli automobilisti. Lo hanno montato al contrario: la macchina salta verso il cielo, inseguendo una cortina d’acqua. Ah, The magic of the Irish…il pericolo non è cadere nelle acque del lago ma inseguire qualcosa che non esiste. Il guerriero veglia su queste sponde tranquille, e mentre i piedi e il cuore poggiano sulla terra scura di lacrime e di torba l’erba fiorisce e i sogni si avverano. Sono a casa.

 
La magia dell' Irlanda PDF Stampa E-mail

Era una splendida mattina di primavera quando Esmeralda decise di raggiungere la spiaggia. Amava fare lunghe passeggiate, lasciandosi accarezzare il viso dal sole, mentre il vento scuoteva i suoi  lunghi capelli.

Davanti a lei, l’immensità del mare. Lo sguardo si perse oltre l’orizzonte, mentre alcuni sub stavano per immergersi nelle acque azzurre alla scoperta dei suoi fondali.

In quel momento Esmeralda sentì il suo cuore battere più forte e i suoi occhi si persero in quelli di un affascinante sconosciuto.

Tra i due ragazzi scattò qualcosa, un’emozione intensa, un incontro di anime, che la ragione non può spiegare.

Lui aveva con se una macchina fotografica e si apprestava a scattare delle foto ai sub. 

Per un breve attimo le rivolse un sorriso, poi, ritornò al suo lavoro.

Esmeralda si sentiva felice e triste allo stesso tempo, era stato un sogno, un miraggio che si era già infranto come le onde quando vanno a morire sulla spiaggia.

Riprese la sua vita, ma sapeva che il suo cuore era rimasto lì, su quella spiaggia, in una splendida mattina di primavera che profumava di salsedine.

Ma un disegno invisibile del destino stava già tessendo la sua tela. Esmeralda si era innamorata di uno sconosciuto, ma aveva l’impressione di conoscerlo da sempre. Le era bastato uno sguardo, un sorriso, per capire che era lui la persona che stava aspettando da tutta la vita.

Per alcuni può sembrare una follia, ma per chi crede nella magia dell’amore, sa che ad ascoltare il proprio cuore non si sbaglia mai.

Trascorsi alcuni mesi Esmeralda partì per l’Irlanda, ospite da alcuni amici. Aveva sempre amato quei luoghi ricchi di magia e di storia e qualcosa di inspiegabile l’aveva sempre attirata verso la verde isola. Quando era piccola, la sua mamma le raccontava delle antiche fiabe irlandesi popolate da fate e folletti e lei veniva rapita da quelle storie, sognando un giorno di poter vedere quei luoghi con i propri occhi.

Adesso che era lì, circondata da quei colori, da panorami incantevoli da togliere il fiato, sovrastati da imponenti scogliere dove il vento dell’Atlantico soffia forte, dove il tempo sembra essersi fermato, Esmeralda provò nuovamente le sensazioni di qualche mese prima, quando si era ritrovata sulla spiaggia di fronte allo sconosciuto che le aveva rapito il cuore. Improvvisamente, capì che qualcosa sarebbe accaduto. Non sapeva cosa e nemmeno quando, ma era certa che l’Irlanda le avrebbe portato fortuna.

I suoi giorni sull’isola di smeraldo scorrevano lenti e sereni. L’Irlanda l’aveva avvolta in un caldo abbraccio e le era entrata nel cuore. Esmeralda amava anche la pioggia che cadeva copiosa, fino a quando ricompariva un caldo sole e il cielo si colorava di un azzurro intenso e brillante come i colori di un pittore sulla sua tavolozza.

Durante le sue escursioni, circondata dal verde delle sconfinate vallate, un giorno decise di raggiungere una antica chiesetta dove il tempo sembrava essersi fermato. L’aria profumava di fiori e di salsedine e si poteva udire in lontananza il rumore delle onde dell’Oceano. In quel momento il suo cuore fece un sussulto, quando vide un uomo venire verso di lei.

Avanzava lentamente, mentre la luce del sole andò ad illuminare il suo viso. In mano stringeva una macchina fotografica.

Per entrambi bastarono pochi minuti per comprendere ciò che i loro cuori avevano già capito, in un luogo tanto lontano da lì.

 “Mi chiamo Alex” disse lui, mettendo fine a quell’imbarazzante silenzio.

“Mi trovo in Irlanda per realizzare un servizio fotografico per il giornale dove lavoro, ma non avrei mai immaginato di incontrarti proprio qui. In tutto questo tempo non ho fatto altro che pensare a te. Ero tornato a cercarti, ma tu non c’eri.”

Il cuore di Esmeralda aveva accelerato i battiti, sentirgli dire quelle cose la riempiva di una gioia infinita. Quante volte l’aveva sognato, quante volte aveva immaginato questo momento. Il suo cuore ne era certo, sapeva che un giorno lo avrebbe rivisto.

 “Si vede che il destino voleva farci trovare in questo posto, dove il tempo sembra essersi fermato. Anch’io ero tornata sulla spiaggia, ma inutilmente” rispose Esmeralda, mentre il vento giocava con i suoi capelli rossi.

Alex tese la sua mano verso Esmeralda. Era così bella, intorno a lei distese di verdi prati punteggiati da coloratissimi fiori che emanavano un intenso profumo.

In un attimo furono l’uno nelle braccia dell’altra, incapaci di descrivere a parole le emozioni che entrambi provavano in quel momento.

La magia dell’Irlanda li aveva fatti ritrovare, offrendogli una seconda occasione per essere felici.

La loro storia somigliava ad una di quelle fiabe che Esmeralda amava ascoltare quando era piccola. Un mondo fatato dove tutto diventa possibile.

Ed è così che avrebbero ricordato quel paese: con il sole che la illumina, con le sue alte scogliere dove le onde s’infrangono con violenza di fronte alla maestosità dell’Atlantico, tra la cordialità della sua gente.

A volte, occorre che ci allontaniamo da tutto quello che ci circonda per riuscire a sentire ciò che dice il nostro cuore.

Entrambi però, avevano capito fin dal primo sguardo la profondità dei loro sentimenti, ma le circostanze non avevano lasciato spazio a qualcosa di più.

Quando due anime sono destinate a restare insieme, non ci sono barriere che resistono. La magia dell’Irlanda aveva fatto il resto e da quel momento, Esmeralda e Alex non si sarebbero più lasciati. In qualunque posto la vita li avrebbe condotti, l’amore che li univa non avrebbe mai cessato di esistere.

 
L' Irlanda in un cristallo PDF Stampa E-mail

Era l’alba, la sveglia avrebbe suonato tra pochi minuti e lui, sebbene in piedi da ore, l’avrebbe fatta squillare quell’ultima volta.

 

Erano in viaggio da due ore, il treno, lasciato la stazione di Dublino,  sfrecciava ora veloce nella tranquilla campagna. Lei era rapita dal susseguirsi di cartoline, una più bella dell’altra, in cui tutte le tonalità di verde venivano usate a formare paesaggi fatati e irreali. La confusione della città era dimenticata. La guancia appoggiata al gelido finestrino le dava la sensazione di poter toccare la fresca rugiada che accarezzava il soffice prato.

 

Michael fu uno dei primi a varcare il grande cancello di ferro, la sirena stava ancora suonando. Prese il grembiule dal suo armadietto, - il suo armadietto – pensò, domani sarebbe stato di qualcun altro. Si avviò lungo il corridoio che aveva percorso così tante volte, troppe, e si diresse alla sua postazione. Avviò la macchina e prese una coppa dal contenitore alla sua destra, il tracciato del disegno era sbiadito ma non importava, non aveva bisogno di guide, avrebbe potuto incidere quelle linee ad occhi chiusi.

 

“Il prossimo tour è tra due ore.” disse John, “Andiamo?”

Nell’attesa visitarono il grande negozio dove lussuosi articoli di cristallo scintillavano creando giochi di luce. Comprarono una bella ciotola porta cioccolatini.

 

Era suonata la pausa pranzo, Michael si tolse il grembiule e lo piego’ con cura appongiandolo sullo sgabello. Le sue mani screpolate dagli anni di lavoro accarezzarono quella stoffa lacera. Una timida lacrima, dopo aver tremolato qualche secondo sulla sua guancia barbuta, si schianto’ sulla trasparenza del cristallo della coppa che stava lavorando.

Michael mangiava in silenzio il suo sandwich e pensava a come erano passati in fretta questi quaranta anni. Quando a venti anni suo padre era riuscito a fargli avere un posto nella fabbrica del cristallo, si era sentito un re. Aveva fatto mille propositi: comprarsi una bella casa, l’auto dei suoi sogni e viaggiare. Dopo qualche anno di duro lavoro, privazioni e risparmi aveva ristrutturato il cottage dei nonni paterni e comprato un’utilitaria di seconda mano. Aveva viaggiato molto si, ma solo con l’immaginazione. Non si era mai allontanato da Waterford, ad eccezione del suo viaggio di nozze di due giorni a Dublino.  Si era sposato l’anno seguente il suo ingresso in fabbrica, Mary era giovane, timida e religiosa. Suo padre, suo zio, e i suoi tre fratelli lavoravano alla fabbrica. Avevano avuto tre figli, tre maschi, lavoravano tutti alla Waterford crystal.

La sirena suono’ la fine della pausa pranzo e Michael lentamente torno’ alla sua postazione. Un gruppo di turisti stava entrando.

“John, fai una foto a questo signore, guarda sta  lavorando alla nostra ciotola!”

Michael continuo’ il suo lavoro alla coppa incidendo il delicato disegno di linee intrecciate a formare piccoli rombi e petali delicati. Il chiassoso gruppo si allontanava e un altro si stava avvicinando.

La sirena suono’ nuovamente, questa volta a segnalare la fine giornata. Michael ripiego’ tutto per bene, riordino’ la postazione e si diresse nello spogliatoio. Trovo’ un avviso che richiedeva la sua presenza in direzione. “Sig. O’Mally , l’ho fatta convocare per ringraziarla del suo prezioso contributo apportato a questa azienda nei lunghi anni trascorsi con noi. In considerazione della sua dedizione e lealtà’ la dirigenza desidera omaggiarla con un piccolo presente”

Michael prese il pacchetto con mani tremanti, l’inconfondibile marchio a forma di cavalluccio marino lo rendeva consapevole del contenuto. Ringrazio’ prostrandosi fino a quasi toccare con la fronte il pavimento. Il direttore lo liquido’ frettolosamente, ma lui capi’, nella sua posizione non poteva perdere tempo. Di nuovo nello spogliatoio raccolse le sue poche cose, Non c’era piu’ nessuno, tutti correvano alla fermata dell’autobus non appena la sirena suonava. Avevano fretta di tornare alle loro case, non li biasimava. Stringendo il suo tesoro si diresse alla fermata dell’autobus. Una coppia elegante stava aspettando,  lei stava facendo dondolare una sportina che conteneva una scatola del negozio. 

 “Anche lei ha comprato la ciotola per cioccolatini! E’ la stessa che abbiamo preso noi! Mi faccia vedere, si, si e’ proprio la stessa!” disse la donna a Michael che si stava avvicinando.  “Ma, ma lei e’ il signore  che lavorava, che abbiamo fotografato! John guarda, fammi vedere le foto” disse Anna “Guardi, guardi, e’ proprio lei. Lavora qui?”

 “Si, ... No, non lavoro piu’ qui. Oggi era il mio ultimo giorno.”

Michael prese il cestino del pranzo, il giubbotto, la sua preziosa scatola e saluto’ con educazione la coppia: “Il mio autobus, scusate”. Sali’ sull’autobus dando un ultimo sguardo alla sua fabbrica, stringendo al cuore il suo prezioso dono. Sull’autobus aprì la scatola e specchiandosi nella ciotola  vide in pochi secondi proiettarsi tutta la sua vita, una vita in un cristallo.

 

Anna, tornata in Italia, aveva aperto un solo pacco, il pacco  della ciotola di Waterford crystal. Piu’ volte al giorno passava di fronte al mobile che la conteneva e, come stregata, si fermava incantata di fronte alla ciotola. Lo sguardo rapito dai bagliori di luce riflessa del cristallo, guardava e riguardava intensamente l’oggetto e le sembrava di rivedere i verdi paesaggi irlandesi, i prati, le spiagge, i pub, le persone. Ma piu’ di tutto rivedeva i suoi occhi, occhi tristi, e rivedeva le sue mani decorare la ciotola. E sapeva che aveva portato l’Irlanda a casa, l’Irlanda in un cristallo.

 
Post (i) d' Irlanda PDF Stampa E-mail

La piazza di - pinta

Sono passati pochi giorni dal mio arrivo ma mi sembra di aver capito già tutto di come si svolge la vita sociale nella verde Irlanda. Lo so, mio piccolo lettore, può apparire presuntuoso e sicuramente le mie labili convinzioni muteranno nei prossimi tempi. Ma pare che parte della vita sociale del piccolo paesino irlandese in cui vivo sia “pub-centrica”. Mi spiego: non esistendo piazze (come le intendiamo noi sia a livello architettonico che culturale), la gente si incontra nei pub.

Davanti ad una pinta di stout beer gli irlandesi - come per magia – sembrano dimenticare tutte quelle sovrastrutture sociali, culturali, economiche che condizionano le relazioni sociali nel nostro Occidente. Qui (nei pub soprattutto dei piccoli centri) il manager in carriera dimentica il suo ruolo e beve al bancone con lo sbronzo del paese. La birra è democratica. Forse (anzi sicuramente) esagero, ma la sensazione entrando in un pub è questa. Inoltre lo sai da dove deriva il termine pub? Da Public House. Appunto.

 

Democrazia Sportiva in Irlanda (un calcio al calcio)

L’Italia è un paese fondato sul calcio. In TV, nei giornali come nei bar, l’argomento (sportivo ma non solo) che catalizza anzi monopolizza l’attenzione è il pallone.

Il calcio è il dittatore unico (o quasi) dello sport italiano. Talvolta in occasione di qualche evento lascia il suo prezioso spazio agli “sport minori” quasi fosse un contentino.

In Irlanda sebbene lontani da un democrazia sportiva, sono molti gli sport che appassionano questo popolo: oltre agli sport classici quali calcio, rugby, ciclismo… esistono infatti gli sport gaelici, hurling e calcio gaelico in testa.

Questi sport trovano spazio nelle TV nazionali, nei media, nell’immaginario collettivo come nei campetti parrocchiali, ed è particolarmente comune incontrare qualcuno che indossa la divisa della squadra della sua contea.

Se in Italia per giocare a calcio basta una palla e due felpe per fare i pali della porta… con gli stessi mezzi in Irlanda non è raro vedere giocare a rugby o avendo un hurl (la mazza che si usa per colpire la palla) fare due passaggi ad hurling.

Come in Italia brulicano porte da calcio, nei playground americani i canestri qua in Irlanda le porte a forma di H da hurling.

 

Perdersi e ri-trovare l’Irlanda

Ogni tanto è piacevole perdere l’orientamento, nella vita come nella strada. Perdersi è un’esperienza dello spirito e del corpo, significa guardare il mondo in modo più libero, abbandonare gli schemi, sentire i luoghi con un feeling più introspettivo e lasciarsi trasportare, ma soprattutto significa essere pronti a soffrire, sentire, sudare per ritornare sulla retta via.

Girando per l’Irlanda la sensazione di perdersi accompagna in modo continuo il tuo viaggiare. Saranno i verdi dei paesaggi o i bianchi-grigi del cielo d’Irlanda che distraggono la mente dell’incantato viaggiatore.

Ma anche e soprattutto una segnaletica e una rete stradale assolutamente fuori dal mondo: autostrade pressoché nulle, cartelli (quando ci sono…) nascosti dagli alberi, incroci a raso sulle superstrade, svolte non segnalate, etc…

Ma proprio quando il perdersi “perde” definitivamente la sua valenza conoscitiva- introspettiva e inizia a farti imbestialire, trovi l’Irlanda, gli irlandesi.

Nel mio peregrinare in auto, bici, a piedi mi è capitato di perdermi più volte. Cosa ho trovato?

Irlandesi che mi hanno accompagnato in auto per più chilometri alla ricerca di sperduti ostelli, irlandesi che sono montati in macchina invitandomi a seguirli perché mi avrebbero portato loro all’imbocco di quella strada, irlandesi che mi hanno caricato la bici per farmi risparmiare un po’ d’energia, etc…

Ho veramente perso o ho trovato qualcosa?

 

3 generazioni e 3 stout

Esiste in Italia (e più in generale nel mondo) un luogo dove e’ possibile trovare tutti insieme un anziano, una signora di mezza età e uno studente, tutti a loro agio?

In Irlanda questo posto magico esiste (anzi sono centinai di migliaia). E’ il pub tradizionale.

Alcune sere fa’ chiacchiero con un gentleman, che mi presenta prima il ragazzo seduto di fianco a lui. E’ suo figlio. Poi mi indica un musicista che sta suonando. Suo padre!! Rimango esterrefatto. 3 generazioni davanti ad una (ops…3) pinta.

PS: la risposta al quesito iniziale? Davanti ad un piatto di pasta fumante.

 

Esperienza multisensoriale del pub

Entrare in un pub tradizionale significa vivere un’esperienza multisensoriale. Tutto intorno a te converge e ti sublima. Questa esperienza sognante, mistica non e’ stata progettata a tavolino dall’ennesimo designer troppo sicuro di poter plasmare il mondo al suo volere. Questa esperienza vive da generazioni immutabile, inamovibile grazie alla gente che lo anima.

Si diceva 5 sensi:

TATTO: più che tatto, contatto umano che si instaura con una facilità disarmante con chi lo affolla a tutte le ore del giorno

UDITO: il piacere di lasciarsi deliziare dalle note che si rincorrono nella musica tradizionale irlandese che spesso risuona nei pub. Ma anche il chiacchiericcio serale e i silenzi del primo pomeriggio
GUSTO: una parola sola birra (meglio stout)

VISTA: spesso stuzzicata dalle 1000 cianfrusaglie che addobbano i pub donando loro personalità, la vista, birra dopo birra, si offusca aiutata anche dalle luci molto basse.

OLFATTO: sentore di vissuto, invecchiato a lungo, di stantio, chiuso, con l’aroma inconfondibile di malto che aleggia nell’aria già satura.

 

 
Quell' Irlanda lì PDF Stampa E-mail

Ho 85 anni. Sissignore. Compiuti da poco e me li porto bene, ma… sempre 85 sono. Ho fatto il contadino tutta la vita e non mi sono mai mosso dalle mie colline. Tranne che nel periodo della guerra, ma quello non conta perché mica li guardavi davvero i posti dove finivi.

La scorsa primavera, mia nuora mi si è seduta vicina, sulla veranda, e con un sorriso m’ha detto: “Quest’anno andiamo tutti in vacanza in Irlanda. E quando dico ‘tutti’ intendo anche te, capito?... Questa volta non accetto un no!”

E io non l’ho detto “no”. Forse perché son rimasto senza fiato. Marcocci Augusto che prende l’aereo… e va su un’isola così lontana… La mia povera moglie non ci crederebbe, se fosse ancora viva. “A te, chi ti muove dalla tua terra è bravo!”, mi diceva sempre.

E allora eccoci: io, mio figlio, mia nuora e mio nipote partiamo per l’Irlanda. Piove un po’ tanto in quest’isola qua… ma quando smette, vien fuori un cielo così azzurro e tutto attorno ci sono dei colori così accesi, che quasi ti fan male gli occhi tanto è bello. Quanta terra, quanto verde… Mio nipote mi prende in giro perché dice che lo sanno tutti che l’Irlanda è verde. Be’, io non lo sapevo. E poi non mi sembra giusto dire che è verde, perché qua ci sono tutti i colori del mondo. Sissignore. E sfido chiunque a trovarne altrettanti e altrettanto belli in un altro posto. Mio figlio, che è sempre stato uno matto per i libri, passa il tempo a leggere la guida turistica. Io gli dico di tirar su gli occhi e di guardare da solo quello che ha attorno. Perché qua ci son delle cose così belle da vedere che quasi ti fan piangere… Come fa a spiegartelo un libro? Lo devi capire tu. Lo devi sentire.

Siamo in un albergo che, come dice mio nipote, sembra la casa delle bambole e il balcone della mia camera si affaccia sull’oceano. “Che roba, Marcocci… Chi l’avrebbe detto che riuscivi a vedere un posto così?” (Ogni tanto parlo da solo. Sarà l’età. O sarà che certe cose le puoi dire solo a te stesso.)

Quanto ho visto! Castelli (anche uno dove c’han girato un film su Re Artù), chiesette di campagna, i cimiteri con quelle croci strane ma proprio belle, delle scogliere altissime dove tirava un vento… E delle isole che si chiamano Aran, dove abbiamo comprato tutti dei maglioni.

Mia nuora mi ha spiegato che questo Paese ha avuto lunghi periodi di povertà, di emigrazione. Che sono stati in guerra tanto tempo per avere l’indipendenza. “Come da noi… proprio come da noi…”, ho pensato. E ho sentito del dolore. Per loro e per noi.

Mi hanno portato in una zona che si chiama Connemara. Ho visto i ruscelli, i muretti a secco, le pecore con la testa nera, le colline… Ho toccato la loro torba. C’erano degli uomini lì attorno; qualcuno anche della mia età. Un paio si sono avvicinati quando m’han visto prendere in mano la terra e annusarla. Ci siamo guardati e ci siamo sorrisi, un po’ con gli occhi lucidi. Secondo me, ci siamo capiti. Anche se non so nemmeno una parola della loro lingua, in quel momento lì ci siamo detti tutto. Ed è stato come essere fra compaesani. Mi hanno anche offerto del tabacco, ma io non l’ho mai saputo masticare. Mi sono messo in tasca solo un po’ di torba, per ricordo. Quando torno a casa, la voglio mettere sulla tomba di mia moglie. Le devo raccontare quello che ho fatto e quello che ho visto.

E le devo dire che nella prossima vita… sissignore, nella prossima vita, voglio che andiamo a vivere in quell’Irlanda lì…

 
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