| Monete d'oro e fiocchi d'avena |
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Era lì, pochi minuti dopo le diciannove di una uggiosa serata irlandese. Era lì, alto novanta centimetri scarsi, col naso adunco e una barbetta grigia da capra, seduto con le spalle appoggiate alla base dello Spire. Senza ombrello, nonostante le nuvole scure soffiate dall’oceano non volessero smetterla di mandare giù pioggia a caraffe. Era lì, con un basco floscio in testa e una leggera giubba dello stesso verde dei pantaloni che lasciavano scoperte le caviglie. Intento a frugare con le dita adunche nella pentola piena zeppa di monete d’oro che teneva in grembo, senza che nessuno potesse vederlo. Nessun essere umano, s’intende. -Duemilaseicentoventiquattro, duemilaseicentoventicinque…- continuava a contare a bassissima voce, con la consumata abilità e il misterioso metodo che è noto solo ai Leprechaun d’Irlanda. -Duemilaseicentoventisei, duemilaseicentoventisette…- E in quel preciso istante la gamba destra di Brian, impiegato allo Storehouse Guiness’s di St. James’s Gate, che passeggiava a braccetto con Elaine, commessa in un emporio Carroll’s a pochi passi da lì, urtò il secchio invisibile, facendolo rovesciare in terra. -Stai più attento, pezzo d’idiota!- gridò il Leprechaun dagli Occhi Viola, con una voce stridula che Brian ed Elaine non potevano sentire. Adesso avrebbe dovuto ricominciare a contare quelle benedette-maledette monete, una per una. L’imbecille e la sua bella, intanto, dopo avere combinato il guaio, si erano fermati poco più avanti, formando una specie di frangiflutti in carne e ossa nella corrente dei pedoni che si affrettavano lungo O’ Connell Street, diretti alle fermate dei bus. In piedi al centro del marciapiede, intrecciati come due serpentelli in amore, abbastanza stretti per riuscire a ripararsi dall’acqua battente sotto il minuscolo parapioggia di lei, si scambiavano insulse moine, stucchevoli coccole e antigienici baci. Per il Leprechaun dagli Occhi Viola fu decisamente troppo. Schioccò le dita, e i pensieri dei due ragazzi cominciarono ad affluirgli nella mente, nette e chiare come se uscissero dall’altoparlante di una radio. “Mmm… questi due ragazzi si vogliono bene davvero.” fu costretto ad ammettere con malcelato fastidio, passando in rassegna diapositive di un amore profondo e pulito. -Ma lui…- Sì, eccolo, il punto debole. Ce n’è sempre uno, ovunque e in chiunque. -Non che il prode Brian non ami la piccola e dolce Elaine. Anzi, l’adora, la sua bella. Però…- Immatura vanità. Piacere di piacere. L’insipido immaturo gusto di una conquista in più. Sagome diafane di due o tre ragazze, pure meno belle di Elaine, che gli svolazzavano intorno, senza che lui le dissuadesse dal farlo. -E un sms, arrivato pochi minuti fa, che ancora non è stato aperto.- gorgogliò trionfante l’ometto, mentre dalle sue pupille scaturiva un sinistro bagliore. “Ieri sera eri particolarmente affascinante, tesoro. Se solo avessimo avuto a disposizione qualche minuto in più… Baci da Annie.” -E, guarda caso, due telefonini uguali, anzi i-d-e-n-t-i-c-i!- realizzò soddisfatto. -Che teneri, magari li avranno comprati insieme.- commentò con un ghigno. Poi schioccò due volta le dita, con un rumore secco che fece guaire un bulldog che tirava il guinzaglio tenuto dalla sua anziana padrona. E all’improvviso il cellulare di lei finì nella tasca interna della giacca di lui, mentre quello di lui si materializzava (per lo stesso malevolo incanto) nella borsetta di lei. -Bene! Adesso che ho dato una mano al destino, non resta che dargli anche una spinta!- sussurrò ancora il Leprechaun, inghiottendo saliva mista a eccitazione. E schioccò di nuovo le dita. Tre volte. -Mioddio, stavo quasi per dimenticarmi di chiamare la mamma!- esclamò all’improvviso Elaine, sciogliendosi dall’abbraccio. “Vediamo che fine fa adesso questa graaande storia d’amore.” si compiacque il furbo folletto, mentre la ragazza frugava nella borsa e ne cavava fuori il cellulare di Brian. E, per meglio gustare la scena che sarebbe seguita, si alzò in piedi, issandosi sulla punta dei piedi. -Oh! C’è un messaggio non letto!- disse ancora la ragazza, e il Leprechaun dagli Occhi Viola si fregò soddisfatto le mani minute. “Vuoi leggere il messaggio?” lesse, con gli occhi di lei. E con gli stessi occhi vide il pollice schiacciare il tasto “yes” e… … e il cellulare si spense, esalando un beep e un piccolo lampo. -Oh, no! È finita la batteria.- si lamentò Elaine. -Tesoro, mi presti il tuo?- chiese poi a Brian. Poi sembrò che le si appannasse lo sguardo. -No, lascia stare. Non ricordo più chi dovessi chiamare e perché.- mormorò con l’espressione smarrita di chi si sia appena svegliato da un breve assopimento. Ripose nella borsa il telefonino, che tornò a essere il suo, mentre quello nella tasca di Brian subiva il processo inverso. Il volto del Leprechaun si fece paonazzo: secondo la rigidissima Legge delle Creature del Bosco non avrebbe potuto giocare un secondo scherzo a quegli umani, non prima che passassero almeno cento anni. Così non gli restò da fare altro che guardare impotente quei due che si allontanavano mano nella mano, felici e svampiti come tutti gli innamorati d’Irlanda e del mondo. -Dopo il primo temporale di oggi pomeriggio. hai commesso il più grave errore della tua vita.- lo apostrofò in un sussurro il Leprechaun dagli Occhi Ciclamino, che lo spiava da poco distante. -Non avresti dovuto sgambettarmi per arrivare prima di me alla base dell’arcobaleno e recuperare tu la pentola piena di monete d’oro.- aggiunse, stringendo le palpebre fino a lasciare solo due sottili fessure. Aveva dovuto schioccare le dita per ben cinque volte, prima di riuscire a vincere l’incantesimo di Occhi Viola e scaricare una batteria quasi piena. Si avvicinò guardingo alla pentola che l’altro Leprechaun, accecato dall’ira, aveva dimenticato sul marciapiede. L’agguantò, stringendola al petto, raggiante. Ci affondò una mano, che però trasse subito fuori, come se gliela avesse morsa uno scorpione. Guardò dentro, incredulo. Tornò a guardare, con un’ombra di raccapriccio che gli rabbuiava il volto grifagno. Solo allora si lasciò andare alla rabbia, lanciando un urlo stridulo che fece inarcare la schiena a un gatto nero nascosto sotto un’automobile in sosta e sbiancare le branchie di un pesce rosso, che nuotava nella sua vaschetta al terzo piano del palazzo di fronte. Sferrò un calcio alla pentola, sbattendola via, più in alto della punta dello Spire, al di là del Liffey, lontano, lontano… Il Leprechaun è sempre alla ricerca della pentola d’oro sotto l’arcobaleno, ma quando la trova ci sono dentro solo fiocchi d’avena. |
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